venerdì 7 ottobre 2016

Non tutto l’infortunio vien per nuocere. Scritto da Maria Comotti su "Correre".

Uno stop dalla corsa causa infortunio non lo si augura nemmeno al peggior nemico. Comunque, quando ahimè succede, invece di disperarsi e di gettarsi in un abisso profondo fatto di «Ma proprio a me doveva capitare, adesso come faccio che sono già iscritto a quindici gare da qui all’estate e ho già prenotato aerei-treni-traghetti-alberghi così spendevo meno, non ce la farò mai, oltre al danno fisico e psicologico ci aggiungo pure la beffa economica, buahhhh», si può cercare di vedere quel cavolo di bicchiere mezzo pieno.
Per farlo, però, occorre prima di tutto fare del proprio meglio per capire il problema e per risolverlo nel modo corretto. Ergo, non comportarsi come una falena impazzita che sbatte le ali contro il vetro dei consigli, accecata dalle indicazioni dell’amico dell’amico, passando dal consulto del fisioterapista a quello dell’osteopata per arrivare a quel massaggiatore di cui tutti parlano così bene o, e se si finisce qui sono certamente guai, al tuttologo incontrato sull’ennesimo forum di Facebook. Iniziando mille cure diverse per altrettanti accertamenti, con la convinzione il lunedì di avere la tendinite che il mercoledì è già menisco da operare con urgenza. Keep calm e ascolta il tuo male: se è itinerante, stai tranquillo e abbi pazienza qualche giorno.
Se è localizzato ma a intermittenza, prenditi una pausa, sintonizzati il più possibile sul tuo corpo per cercare di capire cosa lo provoca e cosa invece lo sopisce. Per coccolare il tuo male e fargli capire che non lo stai ignorando, ma che al contrario sei proprio concentrato su di lui, che ti vuol dare un segnale e indicare una sofferenza che altrimenti andrebbe trascurata.
In fondo l’infortunio è un’occasione per imparare a conoscersi meglio e per intervenire su problemi che se accantonati perché apparentemente poco significativi potrebbero trasformarsi domani in guai seri e non risolvibili. O per rendersi conto che sì, uscire ad allenarsi un giorno sì e l’altro pure, caricando ossa e articolazioni di chilometri e di lavori muscolari «Perché a me non interessa che ci siano i giorni di riposo, devo o no migliorare il mio personale? E poi correre mi scarica e ho resistenza da vendere, non ho paura di giocare duro, io», può rappresentare effettivamente un problema di overtraining sui cui è bene mettere un freno, finché si è ancora in tempo.
Certo, al di là dei dolori fisici è una sensazione psicologicamente davvero penosa quella che attanaglia il podista quando è costretto a rallentare e modificare la propria routine di allenamento o addirittura a fermarsi per un po’.
Scorgere altri runner che faticano diventa una visione quasi insopportabile.
Pensare al proprio obiettivo prossimo nel tempo, è come un tuffo al cuore.
Perché finché non succede di tastare con mano la debolezza e la naturale imperfezione del fisico, è inevitabile dare tutto per scontato. È proprio quando riuscire a mettere un piede davanti all’altro rappresenta una conquista (altro che fare tot minuti al chilometro) che si impara nuovamente ad apprezzare il miracolo della corsa. Un’azione meccanicamente istintiva e apparentemente facilissima, che può trasformarsi nella più tosta delle imprese quando qualcosa di quel meccanismo portentoso rappresentato dal nostro corpo non risponde a dovere.
Un momento di pura gioia e di immensa liberazione che solo dopo esserne stati privati per un po’ riacquista tutto lo splendore e il significato profondo che spesso purtroppo dimentichiamo, intossicati dalla routine e dalle sovrastrutture di cui lo carichiamo.
Provate a fare i primi cinque chilometri senza soffrire dopo un infortunio e capirete cosa voglio dire, quando le lacrime sono di riconoscenza e non più di dolore. Quando l’idea di fare fatica diventa una benedizione. Quando, finalmente, siete tornati.

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