martedì 25 ottobre 2016

Perché camminare (e correre) scalzi fa bene? Seconda parte. Tratto da "Evolutamente".

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La scarpa (soprattutto quella ammortizzata), offre un falso senso di sicurezza che inganna il nostro cervello e ci spinge ad impattare con il terreno in maniera più forte e ripetuta proprio per cercare inconsciamente un segnale che ci permetta di “leggere” il terreno per calibrare il miglior bilanciamento. I cuscinetti sottoposti alle moderne scarpe sportive non riescono pertanto nel loro intento di ridurre l’impatto e la falsa sensazione di sicurezza ci fa sottovalutare gli “attutiti” ma continui impatti che hanno un effetto cumulativo a lungo termine provocando stress ed usura ai danni delle articolazioni fino alle fratture ossee.
A tal proposito è appropriato l’esempio della boxe, nella quale i colpi parzialmente attutiti dai guantoni portano a lungo termine ad effetti cumulativi molto gravi perché se ne sottovaluta l’entità e si è portati per natura a percepire maggiormente gli effetti immediati di un evento.
Nei casi più gravi, questo “inganno” della risposta percettiva può anche portare a neuropatie indotte, come risultato anche negli studi pionieristici del dott. Merzenich.
Come controprova, alcuni ricercatori come Zipfel e Berger, hanno confrontato gli infortuni all’avampiede tra popolazioni che vivono scalze e le altre calzate, ed hanno trovato un’incidenza maggiore del 100% di tali infortuni nelle seconde, anche confrontando gruppi appartenenti alla stessa area geografica (Zulu e Sotho calzati contro i cacciatori raccoglitori che ancora vivono scalzi).
Tali dati risultano ancor più stupefacenti considerando che le popolazioni “occidentali” passano gran parte del loro tempo sedute mentre i cacciatori-raccoglitori in posizione eretta, scaricando il peso sui piedi e sulle articolazioni molto più a lungo durante la giornata.
Inoltre, altre ricerche hanno evidenziato come i conduttori scalzi di rickshaw in Cina e India abbiano i piedi tra i più forti e sani del pianeta.
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Durante la corsa, data la maggiore entità delle forze che agiscono ripetutamente sul nostro corpo, gli scompensi biomeccanici procurati dalle scarpe vengono amplificati notevolmente; non a caso,l’incidenza di infortuni tra runners è molto elevata, e alcuni studi hanno dimostrato come le ossa e le articolazioni delle gambe e della schiena assorbano un notevole impatto durante la corsa calzata che favorisce l’atterraggio sui talloni invece che sull’avampiede, rispetto a quella scalza che incoraggia l’atterraggio sull’avampiede sfruttando la capacità di ammortizzazione dell’arco plantare.
Ricapitolando, le scarpe portano non solo danni ai piedi, ma a tutto il corpo, che è una catena cinetica strettamente interconnessa e non un cumulo di mattoni, ben rappresentato dal tensegrity model di Tom Myers, una visione olistica del funzionamento del nostro corpo.
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A questo punto qualcuno potrebbe porre lecite obiezioni, analizziamole:
Come mai non ce ne siamo accorti prima?
Come già detto, per nostra natura, tendiamo ad accorgerci degli effetti immediati di un evento stressorio (mi scotto o mi ferisco…), mentre esiste una scarsa percezione e conoscenza degli eventi che portano effetti a lungo termine, dovuti alla convivenza di una serie di variabili paragonabili ad un “rumore di fondo” che rendono difficile l’interpretazione dei fenomeni e la determinazione a breve termine del “colpevole”. Per questo tendiamo sempre ad incolpare la genetica, la vecchiaia, ecc.. piuttosto che le abitudini non fisiologiche. Inoltre nella nostra società si tende a normalizzare l’innaturale: siamo “obbligati” per tradizione ad indossare le scarpe fin dai primi mesi di vita, da quando non siamo nemmeno in grado di camminare, per cui dopo anni di calzature “forzate” risulta difficile non percepirle come normali (nonostante il bambino piccolo lo riconosce e tenta di toglierle venendo puntualmente redarguito dai genitori apprensivi). Un esempio appropriato è quello del gesso: quando ci rompiamo un arto e poi togliamo il gesso, l’arto è atrofizzato e proviamo pena e sconforto, ma sappiamo bene che questa non è la condizione normale e con pazienza facciamo la riabilitazione. In questo paragone le scarpe sono un po’ come un’ingessatura, quando le togliamo dopo anni proviamo quasi disagio e senso di debolezza, ma quando ci riabituiamo ad andare scalzi e proviamo a ricalzarci, percepiamo subito l’innaturalità delle calzature.
Se vivessimo fin da piccoli con i guanti, vivremmo esattamente la stessa cosa sulle mani.
Infine, gli interessi economici legati al commercio delle calzature e plantari, ostacolano il “coming out” dei benefici legati al camminare a piedi nudi.
Ma siamo fatti per andare scalzi sui prati e terreni morbidi, non per il cemento e i terreni artificiali…
Contrariamente a quanto molti pensano, l’uomo non si è evoluto su morbidi prati all’inglese.
Avete mai visto il terreno arido nella savana? Mi sembra profondamente diverso da un morbido manto erboso sul quale zompettava felice la tenera Heidi.
Il terreno evolutivo dell’uomo è un terreno arido, rigido e presenta numerose protusioni di varia grandezza. I terreni artificiali sono principalmente rigidi e presentano poche protusioni.
Se l’asfalto non è il terreno migliore su cui camminare, risulta comunque ragionevolmente sicuro se affrontato dal piede nudo. La scarpa non offre nessun beneficio, anzi, il piede continua ad oscillare sia verticalmente che medialmente sulla soletta, ingannando i recettori sensoriali rendendoli inefficaci. Inoltre, l’interno della scarpa non presenta alcuna protusione in grado di stimolarli tramite un gradiente di pressione: non vi è alcuna deformazione plantare localizzata.
Quindi, pur non essendo il terreno ideale per la locomozione umana, i terreni artificiali risultano comunque ragionevolmente sicuri se affrontati a piedi nudi, mentre la scarpa non solo è molto lontana dal riprodurre la camminata su una superficie naturale, ma è addirittura controproducente su ogni terreno, salvo in condizioni estreme di temperatura e durante l’esposizione a pericoli chimici e ambientali.
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