mercoledì 19 luglio 2017

Doping, le cifre di un dramma sociale. Scritto da Eugenio Capodacqua.

ROMA –  “Grazie Donati. Grazie Sandro per questo tuo contributo di grande democrazia”. Don Luigi Ciotti, fautore e “motore” dell’associazione “Libera” contro tutte le mafie, non ha esitazioni nel chiosare la presentazione dell’ultimo libro di Sandro Donati, ex allenatore di mezzofondisti ed ex dirigente Coni, oggi consulente Wada  (l’agenzia mondiale antidoping) e apprezzato collaboratore dell’associazione “Libera”.
Un libro (“Lo sport del doping”, edizioni Gruppo Abele) definito dal sacerdote un “Atto di giustizia fondato sulla più seria ricerca documentale; una denuncia rigorosa e competente che scuote la coscienza e lascia un pizzico di sana rabbia. Fatta con spirito costruttivo e basata sulla difesa della salute e della dignità della persona. Con verità scomode che probabilmente a qualcuno non piacciono”.
Un libro che apre dolorosamente gli occhi ai tanti giovani che si affacciano allo sport e che son distratti da falsi miti e da falsi campioni: “Campioni senza valore”, come, con una intuizione profetica, lo stesso Donati aveva titolato il suo primo libro-denuncia, che risale al 1989; troppo veritiero, crudo e destabilizzante per  un sistema sportivo colluso con l’imbroglio e la menzogna per rimanere a disposizione nelle librerie.  Scomparso, dunque, e mai ristampato perché troppo scomodo.  E non è un caso se nella folta conferenza stampa nella sede romana della FNSI, alla presenza del grande capo dei Nas, il generale Cosimo Piccinno , brillasse l’assenza di ogni rappresentante del Coni e delle istituzioni sportive. Istituzioni ancora oggi sotto accusa se è vero, come è vero che dalle trentacinquennali denunce di Donati si può tranquillamente tracciare un “fil rouge” che arriva ai nostri giorni.”C’è una continuità totale”,  dice l’autore riferendosi a quello che nelle inchieste della magistratura degli anni ’90 è stato definito come un vero e proprio “doping di stato”, all’epoca sorretto e finanziato dal Coni.  “Con qualche cambiamento; ora il doping non è più esplicito, ma continua come un fiume carsico affidato all’inziativa del singolo atleta, mai come in questo momento debole e solo“. In un sistema che ancora oggi punta tutto sulla prestazione e sui risultati non potrebbe essere diversamente. La prova regina è nelle recentissime vicende, come la positività del marciatore Schwazer all’epo, prima dei Giochi di Londra. Una positività svelata dalla Wada, l’agenzia antidoping internazionale “Mentre  - sostiene Donati – c’erano tutti gli indizi e persino variazioni ematiche sospette perché sull’atleta fosse fatto un controllo a sorpresa da parte della federazione italiana e del Coni”. Una vicenda che fa il paio con quella della commissione per i controlli a sorpresa messa in piedi dal Coni alla vigilia dei Giochi di Sydney (2000) e che, un mese prima delle Olimpiadi, cioè nel periodo più delicato in cui i controlli a sorpresa, sarebbero più necessari ed efficienti, fu messa in ferie. Continuità, appunto. Anche in una dirigenza sportiva che è sempre uguale a se stessa. Governata  da un’unica esigenza, quella delle medaglie e dei risultati a tutti i costi  che giustifichino il dispendioso carrozzone dello sport nostrano (circa 810 milioni di euro l’anno nella prossima finanziaria…).  “Petrucci (il presidente del Coni, n.d.r.) alla sua elezione promise che mi avrebbe appoggiato in tutto e per tutto nella lotta al doping; ma poi avvicinandosi le Olimpiadi del 2000, ha presto fatto sua la lezione del pragmatismo sportivo imperante all’epoca”. Un pragmatismo che si riassume facilmente nella frase, sulla bocca di un Ct azzurro dell’atletica, presente nel libro, e sottolineata anche da Don Ciotti: “Il pubblico è interessato alle medaglie; tu sei in grado di garantirle solo con la tecnica di allenamento”?
Eppure da allora qualcosa è cambiato. Ma poco. Pochissimo. Anche se la Wada, l’agenzia mondiale, ha fatto qualche indubbio progresso grazie al passaporto biologico. “Una soluzione che avevamo anticipato noi nel lontano 1999, con il programma “Io non rischio la salute”, ma che andava integrata anche con i dati steroidei  dell’atleta. Ma appena abbiamo messo a punto un sistema per indagare ed evidenziato come l’uso di certi ormoni (gh, in particolare, l’ormone della crescita, all’epoca abusato, oggetto di un clamoroso scandalo fra gli azzurri ai Giochi del 2000, n.d.r.) la nostra commissione scientifica, pure presieduta da un luminare, il professor  Bernasconi, fu sciolta e da quel momento non ci furono più controlli a sorpresa”.
L’antidoping resta sempre indietro. Per Donati una strategia frutto di estrema insipienza o di malafede. “Un ritardo che ha effetti terrificanti perché consente per lustri di usare prodotti che non figurano come vietati arricchendo le aziende farmaceutiche”. Non bastasse la poca incisività di controlli cui sfuggono molte sostanze,  c’è il limite oggettivo di un sistema di controllo auto referente in cui controllato e controllore coincidono. E in cui contano gli interessi non i valori etici. C’è la disparità fra sport ricchi e facili all’elusione e sport poveri e più tartassati. “Le positività dello sport maggiore sono bassissime, lo 0,7% –  dice Donati –  contro il 4% di quelle rilevate dalla Commissione di vigilanza (CVD) sia pure solo nella fascia dei dilettanti ed amatori. Tutto dipende dalle modalità di come si raccolgono i campioni. Ormai solo i controlli a sorpresa funzionano, sia pure con i limiti della sostanze che sfuggono, e se, come nel calcio, se ne fanno pochissimi i risultati non ci sono. Il doping non è solo nel ciclismo, che pure è sport a rischio; eppure quanti sport si nascondono dietro l’ombrello del ciclismo?”. Spiegata così l’assenza di gravi positività nel pallone, dopo l’ondata di casi-nandrolone degli anni  ’90. E sono “Indizi da approfondire” i segnali che vengono dalla presenza di alcuni tecnici vicini a medici chiacchieratissimi, nello staff di alcuni grossi club.
Il quadro della diffusione del doping attuale è drammatico. Spiega il generale Piccinno: “Dietro il doping ci sono interessi criminali enormi. Ho fatto una ricerca su internet:  l’offerta di anabolizzanti è passata in poco tempo da 5 milioni di siti nel mondo a 10.800.000, con il rischio che dal 35% al 50% sia roba contraffatta e pericolosa per la salute. Una ricerca dell’Aifa dice che per ogni euro investito nel doping se ne possono ricavare da 60 a 200.  Ad un solo soggetto abbiamo sequestrato prodotti dopanti per il valore di un milione di euro. Pur risultando disoccupato possedeva immobili per più di 5 milioni di euro”.
I dati del report realizzato per conto della Wada da Donati e dalla professoressa Paoli, docente di criminologia presso l’Università di Lovanio sono inquietanti: 100 indagini giudiziarie dal 2000 ad oggi; 4000 persone indagate; 520 arrestate, e – aggiunge il generale Piccinno: “Ben 240 atleti professionisti indagati dall’estate 2011”. E ancora: 105 milioni di dosi sequestrate dal 2000, una media di 8 milioni l’anno ed un consumo stimato per il 2011 in 371 milioni di dosi, riferito a 195.000 praticanti di diverse discipline ed un totale di 254.000 assuntori. Cifre da brivido. Un futuro senza speranze? La speranza, suggerisce Donati, è sui giovani in quel progetto di Confederazione dello sport giovanile che sia libera dai legami condizionanti dello sport da prestazione e da risultati ad ogni costo. Giovani cui proporre un modello che non sia l’atleta dopato che raggiunge risultati altrimenti impossibili senza il doping. Tanti record nell’atletica andrebbero cancellati. “L’atletica è stata la corruttrice di tutto lo sport perché ha lanciato la scienza del male e fatto toccare con mano, attraverso misure e tempi stratosferici quanto il doping potesse incidere sui risultati. E’ un insulto ai giovani che di fronte a quegli obbiettivi irraggiungibili, sono mandati allo sbaraglio.  Mantenere quei record è puro cinismo”.  Ma non c’è solo l’Italia. “Certi atteggiamenti  equivoci e di connivenza sono propri di tanti dirigenti di altre nazioni. Basti pensare alla magistratura spagnola e all’Operacion Puerto dove sono emersi solo i ciclisti (e condannati solo gli italiani, n.d.r.); alla Germania che per anni ha accolto tecnici e medici dopatori della vecchia DDR; ai paesi dell’est che difendono i loro “campioni: quelli emergenti che considerano lo sport come uno strumento politico di affermazione”.

Tratto da "Repubblica Sport".

1 commento:

  1. Intanto:
    http://www.coni.it/it/attivit%C3%A0-istituzionali/antidoping/20443-antidoping-paolo-cannas-atletica-e-ivano-mattia-adamo-rugby-sospesi-in-via-cautelare-dal-tna.html

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