lunedì 17 agosto 2026

Correre con Armando Xaxa. Atleta non vedente.

 


Nel lungo percorso della mia esperienza nella corsa, durato circa trent’anni, c’è stato un periodo particolare che ricordo ancora oggi con grande piacere e, soprattutto, con una certa emozione. È stato il periodo in cui ho avuto il privilegio di accompagnare in allenamento e in gara un carissimo amico non vedente, Armando Xaxa.

La nostra esperienza insieme è durata circa cinque anni, dal 2011 al 2016, e mi ha permesso di vivere un periodo fatto di passione, dedizione e sacrificio, mettendomi a disposizione di un amico che, senza un accompagnatore, non avrebbe avuto la possibilità di partecipare alle gare ufficiali di atletica.

A distanza di dieci anni, quei momenti sono ancora vivi nella mia memoria e oggi voglio condividere con voi alcuni ricordi di quella splendida esperienza.


Io e Armando abbiamo disputato insieme ben 18 gare ufficiali FIDAL, legati l’uno all’altro da un semplice cordino, ma soprattutto da tanta fiducia e da tanto coraggio. Di alcune di queste gare ho scritto anche un resoconto, raccontando le sensazioni e le impressioni vissute durante la competizione. Alcuni episodi, a distanza di anni, sono diventati dei ricordi davvero curiosi e piacevoli da ripercorrere.

Con Armando c’è sempre stato un ottimo rapporto di amicizia. Io avevo circa sette anni più di lui e, soprattutto, alle spalle già quindici anni di esperienza agonistica nell’atletica. Sentivo una grande passione per quello che facevo e trovavo il tempo non solo per allenare me stesso, ma anche per allenare Armando.

In quel periodo, tra l’altro, ero spesso protagonista nelle gare della mia categoria e riuscivo frequentemente a ottenere buoni risultati. Nonostante ciò, non sentivo il bisogno di partecipare a tante gare esclusivamente per cercare la soddisfazione della vittoria. Preferivo correre insieme ad Armando. In qualche modo, la sua gara era diventata anche la mia.

Il nostro punto di riferimento per gli allenamenti era il parco di Molentargius. Spesso, il sabato mattina, passavo a prendere Armando davanti a casa sua, a Quartu Sant’Elena, e da lì ci trasferivamo al parco. In quegli ampi spazi riuscivamo ad allenarci anche senza utilizzare il cordino, muovendoci con maggiore libertà.


Delle 18 gare disputate insieme, nove sono state mezze maratone, mentre le altre nove erano gare su strada.

Una delle prime competizioni che affrontai con Armando fu il Campionato Italiano di Mezza Maratona per atleti diversamente abili, disputato a Cagliari il 2 ottobre 2011, in contemporanea con la Maratona di Cagliari.

In quella circostanza Armando si classificò terzo assoluto nella categoria T11 (totalmente ciechi), con il tempo di 1h41’45”, su un percorso che risultò più lungo di circa 600 metri rispetto ai canonici 21,097 km.

Nel corso delle nostre gare si sono verificate numerose situazioni particolari, alcune delle quali sono rimaste impresse nella mia memoria più di altre.

Una delle caratteristiche di Armando che apprezzavo maggiormente era la grinta che riusciva a tirare fuori soprattutto nella parte finale della gara. In diverse occasioni individuava già a metà percorso alcuni atleti come punto di riferimento. Da quel momento iniziava una sorta di sfida personale: gestire le energie, avvicinarsi progressivamente e poi cercare di superarli nel finale.

Il mio compito non era semplicemente quello di guidarlo attraverso il cordino. Dovevo avvisarlo in anticipo delle curve, delle eventuali difficoltà del terreno e di qualsiasi ostacolo potesse interferire con la sua corsa. Molto spesso gli comunicavo anche la posizione di atleti che conosceva perfettamente.

In base ai chilometri ancora da percorrere, alla distanza dall’arrivo e al distacco dagli atleti che ci precedevano, Armando decideva quando iniziare il recupero e quando tentare il sorpasso.

Quella era, per lui, la vera sfida nella sfida.


E devo ammettere che qualche volta, nonostante avessi una superiorità indiscussa nella corsa, Armando riusciva a costringermi a stringere i denti fino agli ultimi metri.

Una delle cose che soffriva maggiormente durante le gare era incontrare atleti che correvano davanti a noi senza fare nulla per favorire il nostro passaggio. Per quanto io potessi cercare di indirizzarlo da una parte o dall’altra del percorso, potevano capitare delle strettoie o altre situazioni che limitavano la sua libertà di movimento. In quei momenti Armando si innervosiva e rischiava di perdere l’orientamento.

Armando ha sempre avuto una discreta tecnica di corsa e, in tantissime gare, siamo riusciti a mantenere velocità decisamente interessanti. La maggior parte delle mezze maratone le abbiamo concluse tra 1h37’ e 1h41’. In alcune gare intorno ai 10 km riuscivamo a viaggiare senza problemi sotto i 4’30” al chilometro.

Posso garantirvi che accompagnare un atleta che dipende totalmente dal proprio guidatore richiede una concentrazione costante per tutta la durata della gara. Non ci si può distrarre neppure per un istante. Ogni curva, ogni ostacolo, ogni cambio di direzione e ogni atleta da superare possono diventare importanti.

Nel corso degli anni ci sono state anche alcune situazioni piuttosto critiche, che per fortuna si sono sempre risolte senza conseguenze.


Un episodio curioso è avvenuto durante la Mezza Maratona di Pula, il 20 gennaio 2013. In una curva a 90 gradi mi sono dimenticato di avvisare Armando e, inevitabilmente, ci siamo scontrati tra di noi. Per fortuna non abbiamo riportato conseguenze importanti, ma ancora oggi, ripensandoci, mi viene da sorridere.

Un altro episodio che ricordo benissimo è quello vissuto a Villacidro, durante la gara “Lago di Corsa” del 2 giugno 2013.

Era una gara corsa a un ritmo discreto e Armando riuscì a classificarsi decimo di categoria. Mancavano pochi chilometri all’arrivo e lui era in buone condizioni fisiche. Davanti a noi si prospettava un bel gruppetto di atleti che, in quella fase della gara, procedeva a un ritmo più lento del nostro.

Armando capì immediatamente che superarli non sarebbe stato semplice e cominciò a innervosirsi.

Io cercavo di avvertire gli atleti davanti a noi, invitandoli a lasciarci spazio. Qualcuno si spostava, qualcun altro invece sembrava non sentire.

A quel punto cercai anche di far rallentare Armando.

Niente da fare.

Lui continuava alla sua velocità, deciso a passare.

Il risultato fu che l’atleta davanti a noi rischiò di prendersi un bel calcio da dietro e riuscì a evitarlo soltanto all’ultimo momento.

Un episodio che, fortunatamente, si concluse senza conseguenze, ma che ancora oggi ricordo con un sorriso.

Ad Aritzo, il 22 luglio 2012, credo invece che abbiamo disputato la gara più spericolata in assoluto.

Si trattava di una mezza maratona con partenza e arrivo nel centro del paese, ma con una parte del percorso particolarmente difficile e impegnativa. Verso metà gara si transitava su un tratto sterrato fortemente impervio, con ai lati dei dirupi pericolosi e discese molto dure.

In quella circostanza avevo provato in tutti i modi a frenare la grinta di Armando, ma ben poco potevo fare.

Incurante dei miei consigli, era lui a dettare l’andatura. Si lanciava a tutta velocità nelle discese, nonostante il terreno fosse tutt’altro che agevole.

Io cercavo di controllare la situazione e, allo stesso tempo, di evitare che accadesse qualcosa.

Ancora oggi mi chiedo come sia stato possibile terminare quella gara senza che succedesse nulla.


Le gare nelle quali ho avuto maggiori difficoltà, soprattutto nella parte finale, sono state quelle di Quartu Sant’Elena del 16 settembre 2016 e di Carbonia del 7 aprile 2013.

In entrambe devo ammettere che Armando mi ha messo davvero a dura prova.

Per una lettura più dettagliata di queste due gare potete consultare i relativi resoconti: Quartu S.Elena e Carbonia.

Vi invito inoltre a leggere anche i resoconti di Aritzo e Villacidro, dove sono raccontati gli episodi che ho ricordato in precedenza.

Per chi fosse interessato, è disponibile anche il resoconto della Maratona di Cagliari del 2 ottobre 2011.

Che dire?

Le gare di Armando erano anche le mie.

Prima di ogni partenza dovevo concentrarmi e prepararmi mentalmente per essere il miglior accompagnatore possibile. Dovevo pensare a lui, al percorso, agli ostacoli, agli altri atleti, alle curve, al ritmo e a tutto ciò che poteva accadere durante la gara.

Solo dopo, se rimaneva spazio, pensavo anche alla mia corsa.

E forse è proprio questo l’aspetto più bello che mi ha lasciato quella esperienza.

Per alcuni anni ho corso non soltanto per me, ma anche per qualcun altro. Ho imparato che una gara non è fatta soltanto di tempi, classifiche e vittorie. A volte il risultato più importante è arrivare insieme, condividendo la fatica, la paura, la tensione, la gioia e quella straordinaria sensazione che si prova quando, finalmente, si taglia il traguardo.

Io e Armando correvamo legati da un semplice cordino.

Ma ciò che ci teneva veramente uniti era molto più forte.

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