domenica 19 giugno 2016

Si fa presto a dire dieta equilibrata. Scritto da Filippo Ongaro.

Dott. Filippo Ongaro.
Quante volte ci siamo sen­titi dire che una dieta equi­li­brata è tutto ciò che ci serve per stare bene e pre­ve­nire le malat­tie? Quanti medici ancora oggi sosten­gono che inte­gra­tori, cibi fun­zio­nali e stra­te­gie ali­men­tari par­ti­co­lari siano inu­tili o per­fino dan­nosi e che dob­biamo con­ti­nuare sem­pli­ce­mente a man­giare come abbiamo sem­pre fatto?
Ma cos’è esat­ta­mente una dieta equi­li­brata? Quella della pira­mide ali­men­tare con una mon­ta­gna di cereali raf­fi­nati alla base? Quella vegana che fini­sce con il pena­liz­zare le pro­teine nobili ma chiude un occhio su zuc­cheri e cereali di troppo per accon­ten­tare più per­sone? O quella tra­di­zio­nale dello spor­tivo che assume zuc­cheri e pasta dalla mat­tina alla sera con la scusa che ser­vono ai muscoli? O bastano le cin­que por­zioni di ver­dure al giorno che tutti citano ma nes­suno assume? O serve solo la dieta medi­ter­ra­nea che gli ita­liani hanno però tra­sfor­mato pian piano nella dieta della pasta, della pizza, del pane e del tramezzino?
Pur­troppo sem­bra che le indi­ca­zioni divul­gate da medici, isti­tu­zioni e opi­nion lea­ders, più o meno qua­li­fi­cati, siano spesso molto lon­tane da ciò che il mondo della ricerca ormai ci indica con estrema chia­rezza. Non sono le scelte di campo e l’adesione a una delle tante tribù ali­men­tari la solu­zione capace di pro­teg­gere la nostra salute, ma un’attenta ana­lisi dei difetti dell’alimentazione di oggi nel ten­ta­tivo di tro­vare solu­zioni pun­tuali sul piano scien­ti­fico e pra­tico. Ridurre il carico gli­ce­mico, cor­reg­gere l’assunzione di grassi e il rap­porto tra macro­nu­trienti, aumen­tare l’introito dei micro­nu­trienti e della fibra sono azioni con­crete che danno risul­tati impor­tanti e che pos­sono essere intro­dotte da un medi­ter­ra­neo, da un abi­tante delle isole di Oki­nawa, da un vegano o da uno che segue le dieta paleo­li­tica. Al con­tra­rio, si può essere vegani e man­giare por­che­rie raf­fi­nate tutto il giorno oppure essere paleo ma assu­mere carni di alle­va­menti inten­sivi che di paleo­li­tico hanno dav­vero poco. Insomma, prima di tutto dob­biamo essere più saggi e attenti nell’aderire ad una cor­rente piut­to­sto che ad un’altra e forse è meglio non ade­rire pro­prio a nulla e farsi delle idee e una cul­tura proprie.
Ma c’è un altro aspetto da tenere pre­sente. Ammesso che si rie­sca ad adot­tare uno stile ali­men­tare più cor­retto pos­si­bile, gli ali­menti sele­zio­nati sareb­bero in grado di for­nire la quan­tità otti­male di nutrienti, vita­mine, mine­rali e fito­com­plessi pro­tet­tivi? La rispo­sta pare essere no. Alcuni studi che hanno con­fron­tato vita­mine e mine­rali con­te­nuti nei cibi nel 1930 e nel 1980 indi­cano una pro­gres­siva ridu­zione dei nutrienti. Altri studi hanno messo in evi­denza come la mag­gior parte delle per­sone nella realtà quo­ti­diana non sia in grado di rag­giun­gere nem­meno i valori minimi indi­spen­sa­bili di molti micro­nu­trienti, figu­ria­moci quelli otti­mali per vivere a lungo in salute.
Di fronte a una situa­zione così com­plessa appare per lo meno sem­pli­ci­stico soste­nere, come fanno alcuni, che dob­biamo ripren­dere a col­ti­vare l’orto o alle­vare i nostri ani­mali. Per­fino il suolo si è impo­ve­rito a tal punto che nem­meno il pro­prio orto risol­ve­rebbe del tutto il pro­blema. La realtà moderna è qual­cosa di troppo com­plesso per pen­sare che la solu­zione ad ampia scala possa essere quella di tor­nare indie­tro nel tempo e di riap­pro­priarsi di modelli di pro­du­zione anti­chi e da tempo abban­do­nati. E poi siamo sicuri di volere dav­vero quel mondo duro e privo di como­dità che abbiamo fatto di tutto per lasciarci alle spalle? E nelle zone del mondo dove l’industrializzazione non è ancora arri­vata, tro­ve­remo soste­gno ad un pro­getto che, per chi il pro­gresso non l’ha mai visto, sarebbe non un invito a tor­nare indie­tro ma sem­mai una con­danna a stare fermo? E non è magari che chi vive in quelle zone del mondo vuole dispe­ra­ta­mente rag­giun­gere quel benes­sere e quello svi­luppo tec­no­lo­gico che oggi noi occi­den­tali vediamo come un nemico?
Prima di dare la colpa di ciò che non ci piace sem­pli­ce­mente ad un modello di svi­luppo, forse dovremmo riflet­tere sul fatto che non è il pro­gresso in quanto tale ad essere un pro­blema ma piut­to­sto la man­canza di rispetto per sé, per gli altri e per l’ambiente, l’ingordigia, l’assenza di una cul­tura della salute, la voglia di fre­gare e la poca lun­gi­mi­ranza. Tutte cose che non dipen­dono dal modello di svi­luppo ma sem­mai dallo scarso svi­luppo dei nostri cer­velli o, meglio, della nostra etica, e che si ripre­sen­te­reb­bero quindi nel con­te­sto di qual­siasi nuovo ciclo eco­no­mico. Il pro­blema, come spesso suc­cede, è molto più intimo e per­so­nale; sta in noi e non all’esterno.
Allora ser­vono più edu­ca­zione, più cul­tura, più regole a tutela dei con­su­ma­tori e dei cit­ta­dini che spin­gano le indu­strie a miglio­rare i loro pro­cessi di pro­du­zione. Serve più ricerca e svi­luppo che aiuti a pro­durre cibi fun­zio­nali e nutra­ceu­tici che per­met­tano di rim­piaz­zare ciò che dagli ali­menti pur­troppo non avremo più. Serve una cosa che ormai sem­bra un mirag­gio, la buona poli­tica che impo­sti una vera stra­te­gia di svi­luppo. Ma serve soprat­tutto una risco­perta dell’etica indi­vi­duale, quella forza invi­si­bile che ti dà delle regole sulle quali non sei dispo­sto a nego­ziare ma che sei in grado di seguire senza fatica per­ché senti come natu­rali e spon­ta­nee.
L’importante è non inneg­giare al cam­bia­mento per poi scio­gliersi come la neve al sole di fronte alla neces­sità di cam­biare noi stessi. Ma non serve tra­sfor­marsi in eroi. Basta anche solo aiu­tare la per­sona anziana incon­trata in sta­zione a por­tare la vali­gia. O impe­gnarsi a edu­care i nostri figli a cedere il posto a chi ne ha biso­gno sull’autobus invece di lasciare che ven­gano ipno­tiz­zati da qual­che video­gioco. Insomma, dob­biamo ini­ziare a sen­tire l’urgenza di cam­biare prima di tutto il nostro mondo inte­riore, il modo di vivere la vita, di man­giare, di trat­tare noi stessi e gli altri. Solo così, passo dopo passo, per­sona dopo per­sona, magari cam­bierà anche il mondo.
Per quello che può valere, il mio invito è a fare rifles­sioni più appro­fon­dite, di ampio respiro e per­so­nali e di evi­tare di cre­dere negli slo­gan troppo sem­plici o di spo­sare posi­zioni ideo­lo­gi­che magari affa­sci­nanti ma poco scien­ti­fi­che o dif­fi­cil­mente rea­liz­za­bili e che spesso rap­pre­sen­tano solo degli alibi per evi­tare di andare più in profondità.
Pro­prio ora, che per mesi si par­lerà di Expo e del pro­blema ali­men­ta­zione, abbiamo un’occasione impor­tante, non tanto per sfa­mare il mondo (magari bastasse un Expo per quello) ma per fare un salto di qua­lità nel modo in cui affron­tiamo la discus­sione su come ali­men­tare meglio noi occi­den­tali, che stiamo diven­tando sem­pre più grassi, e il resto del mondo che invece con­ti­nua a morire di fame. E, soprat­tutto, per un salto di qua­lità su come ci met­tiamo in gioco per­so­nal­mente come testi­moni del cam­bia­mento che vor­remo vedere negli altri e nel mondo.

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