domenica 23 ottobre 2016

Il tempo del raccolto. Scritto da Orlando Pizzolato (Marzo 2012).

Nel mio giardino, a qualche passo l’uno dall’altro, ci sono due ciliegi. Il più vicino alla recinzione sembra voler scappare oltre: è così alto che i rami si protraggono sul prato circostante. L’altro, un po’ più arretrato, sembra il figlio, alto la metà, con un tronco esile e rami sottili come bacchette scarne, affusolate braccia a cercare sostegno dal padre. L’albero grosso è il preferito dai merli, che li accoglie tra la folta chioma perchè hanno frutti da beccare a profusione. Per cogliere i pochi frutti dall’alberello, a mia figlia di dieci anni basta allungare il braccio, senza lo sforzo di alzarsi sulla punta dei piedi. 
Un contrasto davvero rilevante, così evidente da far pensare per quale motivo dovessi piantare un altro ciliegio visto che il grande adombra il piccolo.
I due alberi sono lì dallo stesso giorno, piantati con lo stesso impegno e curati con la stessa dedizione: nulla. La natura è la loro madre, che sparge pioggia e sole senza discriminazione. A guardare i due ciliegi c’è una coppia di albicocchi, non fratelli, ma sostanzialmente simili seppure anche fra loro si può distinguere bene il maggiore, e l’altro. Come mai nel giro di quaranta metri quadrati tanta differenza?
Non ho voglia di scomodare Darwin per trovare una soluzione perché sono certo non me la darebbe. Anche lui metterebbe la testa fra le spalle senza riferirmi, per decenza, cosa stia passando per la sua testa. Penso che mi direbbe che sono differenze che decide la natura e quindi meglio mettersi l’animo in pace; dopo tutto non c’è competizione tra gli alberi che producono più frutti. Quasi quasi chiederei a Darwin di accompagnarmi nelle manifestazioni podistiche; lì si l’ansietà determinata dalle prestazioni atletiche deve essere presa sul serio. Mica posso dire ad un podista che non si è migliorato come avrebbe voluto, che non dipende dalla tabella. Dal suo punto di vista gli sforzi e i sacrifici fatti per sostenere gli allenamenti devono portare alla maturazione di frutti. Mica un contadino si spacca la schiena a curare il proprio raccolto per portare a casa frutti striminziti e rinsecchiti.
Il lavoro deve dare dei frutti, deve consentire un raccolto, ad ogni costo tanto che ci sono anche riti propiziatori. Se i germogli crescono deboli il contadino parla alle piantine; si raccomanda alla pioggia che annaffi le sementi, al sole che dia energie alle foglie. Non c’è solo fatica quindi ma anche speranza, pure quel non so che di misterioso, quell’alito di energia non terrena, che origina dai moti della Luna. Tutto fa il contadino pur di vedere che le gocce che scivolano lungo il viso, picchiettando e scurendo il terreno, non siano sparse per nulla. 
Ma Darwin direbbe che nulla è garantito, anche se le cose si fanno nel migliore dei modi. A decidere l’evoluzione degli eventi c’è sempre la natura. Non ci si crede? Atleti che svolgono la stessa identica preparazione non ottengo il medesimo risultato, neppure i gemelli monozigoti, sebbene qui la natura ha meno margine per mescolare gli elementi. 
Che dire quindi, che ci sono “podisti e podisti”? Io non affermo che ci sono quelli negati per correre; dopotutto un passo davanti all’altro messo in sequenza sempre più rapida può portare per forza a correre. Senza dubbio ci sono podisti che migliorano più di altri, e non vado a pescare nel vasto mondo di chi corre con successo perché la Natura invece di farlo crescere in un comune prato, come i miei ciliegi, ha fatto cadere quel seme nel bosco dove si alzano solo sequoie. Il mio osservatorio professionale è nell’ambito degli alberi comuni, di un bosco dove non distingui un faggio da un carpine, dove tronchi, rami e foglie sono quasi un tutt’uno. Così sono gli amatori che alleno; quasi tutti resistenti da correre una maratona e più o meno veloci da percorrere quei chilometri ad un certo passo. Podisti normali che se li vedi da soli forse li ricordi, ma se sono dentro un gruppo, anche in questo caso fanno un tutt’uno. Ma in quest’amalgama di sbuffi e gambe che si agitano, ci sono corridori amatori che mi hanno impressionato più di altri. Si tratta di quei podisti che non t’impressionano per la plateale prestazione, quella pianta che si erge su tutte e la noti per forza. No, si tratta di quegli alberi che prendono l’ombra degli altri, che pensi di aver piantato per niente, tanto danno poco. Pensi che forse sono sul terreno sbagliato ed aspetti un po’ prima cambiargli posto, o peggio. Gli dai del tempo, dopotutto qualche frutto cresce, ed è quel poco che cresce, anno dopo anno a far pensare che sia meglio attendere. Dove sta quindi il bello di questa situazione? Fa effetto verificare che stagione dopo stagione ci sono amatori che migliorano, e non è un aspetto da considerare come scontato perché gli anni passano. Due corridori quasi cinquantenni, maschio e femmina, dediti al podismo rispettivamente da dodici e sette anni, lo scorso autunno hanno conseguito “ottime” prestazioni (2h46’ il primo, 3h22’ l’altra).Per entrambi la crescita è stata mediamente di mezz’ora; un po’ meno per il primo, di più invece per la seconda. Da allenatore mi chiedo quali siano gli allenamenti che li abbiano fatti migliorare, e ad un’analisi del carico sostenuto emerge la normalità della preparazione. Il metodo è lo stesso che applico da tempo: 70% di lavoro aerobico puro, 20% di sollecitazione per la capacità aerobica - che diventa 25% nei due mesi che precedono la maratona - e 10% per la potenza aerobica (ridotta a 5 se si prepara la maratona). 
Varianti e variabili ci sono sempre; ci mancherebbe che la tabella fosse rispettata dall’atleta come l’ho programmata. Avendo a che fare con amatori è naturale prevedere un’alterazione della pianificazione. Questa è una chiave che permette di capire perché atleti migliorano più di altri. L’adattamento della programmazione a situazioni personali, ma senza modifiche strutturali bensì l’ottimizzazione dei carichi, porta all’adattamento delle sollecitazioni specifiche. La tabella è intesa come una proposta di allenamento e l’atleta l’adatta per sé gli stimoli più appropriati. Non mi riferisco allo spostamento di una seduta ad un altro giorno, ma all’ottimizzazione di alcuni parametri che strutturano uno specifico allenamento. 
Caratteristica comune di questi atleti, e di altri che hanno avuto un’evoluzione a parabola lunga, sta appunto nell’adattare il carico proposto. Essi spesso non enfatizzano il ritmo delle loro uscite, come sarei portato io a proporre, facendoli correre ad andature sostenute. All’inizio pensavo che questa loro scelta dipendesse da una sorta di reticenza a “tirarsi il collo”, a soffrire, ma verificando che erano propensi a compensare la sollecitazione allenante con una riduzione dei tempi di recupero, oltre che aumentando il chilometraggio della parte specifica, mi sono adattato alla situazione. 
Da allenatore sono passato ad assistente alla preparazione, un ruolo più integrato nella programmazione di un ciclo di allenamento, tanto che quando appronto la loro tabella mi sembra di essere il loro compagno di corsa. Quando nelle caselle di uno schema di preparazione inserisco dei numeri, mi chiedo sempre cosa farei se fossi appunto nelle loro scarpe. L’empatia con cui mi trovo a stilare una programmazione mi permette quasi di sentire i loro sforzi sulla mia pelle. 
Orlando 

Articolo pubblicato su Correre a Marzo 2012 (N° 329).

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