martedì 16 agosto 2016

Perché camminare (e correre) scalzi fa bene? Prima parte. Tratto da "Evolutamente".

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Dovremmo essere tutti d’accordo sul fatto che l’uomo si è evoluto nel proprio ambiente naturale senza l’aiuto delle calzature (l’Homo abilis ha fatto la sua comparsa circa 2 milioni di anni fa). Queste furono introdotte in modo regolare durante il Rinascimento, quando tutte le classi sociali cominciarono ad utilizzarle, partendo da un’errata interpretazione dei meccanismi infettivi. Nonostante siano passati ormai molti anni da quando la teoria di Koch ha smentito queste supposizioni, la scarpa si è ormai radicata nelle abitudini sociali e, i falsi miti legati ai vantaggi da essa offerti, sono rimasti nell’immaginario collettivo, in quanto è evidente che la biomeccanica del movimento si è modellata in natura senza tenere conto di alcuna interfaccia interposta tra i nostri piedi e il terreno.
Partendo da questa ipotesi evoluzionistica alcuni ricercatori hanno dimostrato che la calzatura altera il passo e la postura naturali, procurando squilibri derivanti dalla compensazione delle catene artro-muscolari del nostro corpo e aumentando lo stress ai muscoli e alle articolazioni, oltre che deformare il piede e procurare i noti problemi che molto spesso sfociano in dolorosi e spesso persino inefficaci interventi chirurgici (alluce valgo, dita a martello) oltre che infiammazioni croniche (fascite e fasciosi plantare, borsite dell’alluce, neuroma di Morton).
La ricerca che parte da ipotesi evolutive, opera sempre su due fronti, sia cercando le evidenze basate sull’osservazione della natura (nel nostro caso le popolazioni che vivono scalze e i reperti ossei relativi ai nostri antenati), sia provando sperimentalmente le ipotesi fatte, seguendo il metodo scientifico canonico.
A questo punto la prima domanda sorge spontanea:
In che modo la calzatura altera la biomeccanica posturale e cinetica?
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Partendo dalla postura naturale e studiando la conformazione della scarpa, si evince che essa presenta, per natura intrinseca, delle caratteristiche che interferiscono col naturale funzionamento del piede e del corpo. Quasi tutte le calzature presentano un rialzo a livello del tallone (tacco), che redistribuisce il peso a favore dell’avampiede (per esempio, con un tacco di 7cm il peso del corpo grava per ben il 90% sull’avampiede!), e questo provoca:
-Una riduzione della funzionalità dell’arco (viene sollevato e bloccato perdendo la capacità di ammortizzazione) e l’impatto viene assorbito totalmente dalla caviglia e dalla schiena;
-Un accorciamento del tendine di Achille che può provocare infiammazioni, dolori e una conseguente difficoltà a reindossare scarpe basse o ad andare scalzi per via della repentina posizione di riallungamento (da qui le errate conclusioni di un vecchio studio che ha portato a pensare che “un tacco medio faccia bene”, (falso mito al quale molte persone tra cui alcuni medici credono ancora!);
-Un riaggiustamento posturale che implica stress alle ginocchia (alcuni studi hanno evidenziato un aumento del carico supportato dalla parte anteriore del ginocchio che dipende dall’altezza del tacco, mediamente dal 12 al 23%) e alla bassa schiena (per non cadere in avanti dobbiamo andare necessariamente in iperlordosi);
-L’aggiustamento posturale provoca alla lunga squilibri artro-muscolari che portano ad infiammazioni relative all’inserzione del tendine del muscolo maggiormente teso (ricordiamo che i muscoli possono essere assimilati a “molle” la cui tensione equilibria le articolazioni che attraversano. Le ossa vanno dove i tessuti molli, cioè muscoli e tendini, gli impongono tramite tensioni che attraversano le articolazioni).
-Le scarpe alterano inoltre l’andatura in tutte le fasi del passo:
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1) Incoraggiando il contatto al suolo con il tallone; posizionando il piede in posizione fortementedorsiflessa e, innescando un passo molto lungo, che provoca un assorbimento dell’impatto con il suolo da parte della caviglia e delle articolazioni sovrapposte, mentre da scalzi si tende ad atterrare maggiormente sull’avampiede, utilizzando l’arco plantare come prima ammortizzazione del movimento, e incoraggiando una maggiore flessione delle anche e delle ginocchia in modo da minimizzare lo stress sulle relative articolazioni.
2) La rigidità della suola provoca un passo rullato che viene incoraggiato dalla caratteristica costruttiva del digitale rialzato, fatto appositamente per ovviare all’inflessibilità della stessa (e tra le altre cose pone le dita in posizione cronicamente iperestesa riducendo il lavoro dell’arco plantare e provocando la fascite plantare o la ancor peggiore fasciosi).
3) Con le scarpe, il peso si sposta in modo quasi uniforme dal tallone alle dita, mentre da scalzi segue un percorso più complesso lungo il bordo esterno fino all’alluce.
4) La scarpa, per via della moda, è molto più stretta del piede e la superficie di contatto con il suolo diventa molto minore, provocando una pressione maggiore (pressione=forza/superficie) aumentando lo stress da impatto.
5) Durante la fase propulsiva il piede non si flette come succede da scalzi e si sposta il centro di pressione dalla prima testa metatarsale alla seconda e alla terza.
Riassumendo, sia da fermi che quando camminiamo e/o corriamo, l’utilizzo delle scarpe porta ad attivare principalmente alcune catene muscolari a scapito di altre generando uno squilibrio artro-muscolare che porta, come abbiamo già discusso sopra, a problemi di varia natura, i cui effetti vengono “curati” da fisioterapisti, ortopedici, ecc.., che però spesso non si concentrano sulla causa. Inoltre, una delle caratteristiche più importanti della pianta del piede (che è anche la più sottovalutata) è quella di possedere più di 200000 meccanorecettori, che la rendono una delle parti più sensibili di tutto il corpo (Il dott. Steven Robbins è dagli anni ’80 del secolo scorso che studia il fenomeno). Questi meccano-recettori, che sono anche quelli che rendono il camminare scalzi così piacevole nel provare esperienze tattili, sono anche fondamentali per la deambulazione umana. Come al solito la natura non ha lasciato nulla al caso: questi recettori rispondono a deformazioni sia in senso longitudinale che verticale, e hanno una soglia di attivazione molto bassa. Questo meccanismo aiuta, tramite il linguaggio più semplice che esiste in natura (pena=male, piacere=bene), a minimizzare l’impatto con il suolo e a distribuire il peso in maniera ottimale.Si pensi che anche una semplice calza altera parzialmente la capacità di bilanciamento e calibrazione derivante dalla “lettura” dei dati relativi alla pressione esterna da parte di questi importantissimi recettori.
Bibliografia e Riferimenti:
“A piedi nudi” – Daniel Howell
Why shoes make normal gait impossible – William Rossi
Footwear: the primary cause of foot disorders – William Rossi
Fashion and foot deformation – William Rossi
Shod versus unshod: The emergence of forefoot pathology in modern humans? – B. Zipfel L.R. Berger
“Anatomy trains” – Tom Myers
“Barefoot walking” – Michael Sandler and Jessica Lee

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