mercoledì 26 ottobre 2016

Obesità? C'è chi la vuole "malattia".

(Pubblicato il 22-07-13 da "Sicurezza alimentare e produttiva").
La notizia è stata ripresa dal New York Times, e ha fatto presto il giro del mondo. Dopo la OMS e la Food and Drug Administration, insieme al National Institutes of Health (NIH), e alla  American Association of Clinical Endocrinologistsanche la American Medical Association chiede che l’obesità venga ridefinita come una vera e propria malattia.
La cosa in sé potrebbe avere un aspetto positivo: è  infatti necessario riconoscere apertamente il problema per poterlo affrontare con la dovuta consapevolezza e forza, anche da parte dei policy maker. Ma il risvolto negativo non manca: nella corsa alla medicalizzazione dei comportamenti, si apre la porta agli interessi delle grandi case del farmaco. Che hanno contributo a produrre” malattie e sindromi nel tentativo di aumentare le vendite o di farmaci esistenti, ma per usi nuovi, o di farmaci nuovi per malattie (in)esistenti. Ricordiamo –una su tutte- la sindrome da deficit di attenzione, con la conseguente prescrizione a bambini in età scolare di farmaci pesanti (tra cui il famigerato Ritalin), con effetti collaterali imprevedibili.
La dichiarazione comunque non ha un valore legale, ma solo di “soft power”. Serve a creare un consenso che potrà poi sfociare in una serie di richieste alla politica, o creare piattaforme programmatiche d’azione.




“Sovrabbondanza di evidenza”
L’obesità viene quindi definita come un problema che certo, può essere affrontato a partire da interventi sugli stili di vita, ma anche medici e chirurgici. Ma viene presentata come un qualcosa di davvero complesso, che se conduce a malattie non trasmissibili ormai arcinote (infarto e malattie cardiovascolari, diabete e cancro), ha un sostrato endocrino davvero variegato, che dimostrerebbe come non possa essere controllata solo con sana alimentazione e corretti stili di vita (sport e attività fisica).  L’obesità viene così identificata come una malattia “multi-metabolica e ormonale” che include un funzionamento compromesso dell’appetito, un bilancio energetico anomalo, disfunzioni endocrine che includono elevati livelli di leptina (ndr ormone che controlla la fame) e resistenza all’insulina, infertilità”, ma anche “funzioni endoteliali (ndr vascolari, per semplicità) compromesse e pressione elevata, o sindrome da fegato grasso non da alcol, dislipidemia e sistematica infiammazione del tessuto adiposo”. E si aggiunge: "studi recenti hanno mostrato che anche dopo la perdita di peso i pazienti presentassero anormalità ormonali e metaboliche non reversibili in ragione di semplici interventi sugli stili di vita, e che richiedono probabilmente interventi differenziati e stratificati per i pazienti."
La retorica
L’AMA aggiunge infine che “suggerire che l’obesità non è una malattia ma una conseguenza di stili di vita adottati, come la sovra-alimentazione o la mancanza di attività fisica, sarebbe come suggerire che il cancro al polmone non è una malattia perché è dovuto principalmente alla scelta soggettiva di fumare sigarette."

Se l’argomento così come presentato è di un certo effetto, nasconde però un fatto: il fumo da sigaretta è la prima causa di cancro al polmone. E smettere di fumare è in assoluto il primo gesto da fare per abbattere drasticamente il rischio. Mentre appena prima l’AMA chiarisce che mangiare meno e meglio o cominciare a fare attività fisica “potrebbe non bastare”.
Le case farmaceutiche
Intanto, come rivela il NYT, due nuovi farmaci contro l’obesità,  il Qsymia fdella  Vivus, ed il Belviq della Arena Pharmaceuticals and Eisai — sono state messe sul mercato quest’anno. La prima ha venduto poco, anche in ragione dell’assenza di rimborso del sistema sanitario nazionale e restrizioni alla distribuzione, in ragione di presunti difetti dei feti. La seconda, il Belviq, ha iniziato a essere venduta la settimana scorsa. Ma certo il mercato del grassofa gola a molti. E promette affari stellari.
E il cibo?
Certo l’AMA non arriva ad affermare che non conti cambiare stili alimentari. Con un cittadino americano obeso ogni tre, bisogna fare ricorso a tutte le cartucce a disposizione. E si sostiene anzi che nuove e recenti conferme nella terapia comportamentale stanno dando ottimi risultati, sia per mangiare meglio (e meno) che per fare più attività fisica.
Rimane però l’impressione di fondo che il cibo venga considerato come uno dei tanti fattori: come se il fumo di sigaretta appunto, di fatto la prima causa di cancro al polmone, venisse considerato alla pari di altre fonti di contaminazione ambientale. 
Ci sono in realtà buone evidenze che approcci corretti ad una sana alimentazione possano portare a ridurre significativamente il peso corporeo, almeno per persone “entro determinati limiti”. C’è infatti una buona parte della popolazione che non è clinicamente obesa (BMI oltre i 30) ma è invece sovrappeso, senza un sistema ormonale compromesso, e che risponde bene ad un  approccio basato sugli stili di vita. Per non parlare di bambini e adolescenti, che possono sensatamente "imparare" un corretto rapporto con il proprio corpo e con le proprie scelte alimentari.
Sarebbe interessante quindi graduare gli interventi pubblici di conseguenza. Una ricerca pubblicata sul “Journal of Hunger and Environmental Nutrition” ha dimostrato come dei semplici interventi con tutorial a base di ricette “sane e poco costose”, secondo i dettami della dieta mediterranea, hanno favorito una spesa settimanale migliore e costi più bassi. Ma hanno anche fatto perdere ai partecipanti peso, con una media di circa 5 kg dopo 6 mesi.

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