martedì 5 maggio 2026

Catania, 03/05/26. La mia gara.

Da diversi mesi mi sono focalizzato su gare relativamente corte. Correre più intensamente e meglio, per mantenere fluidità, longevità fisica e — perché no — un minimo di dignità atletica. Niente lunghe distanze che trasformano ogni passo in un esercizio di sopravvivenza: voglio velocità, voglio tono, voglio ancora sentirmi vivo quando taglio il traguardo.

È così che sono arrivato alla scelta del 5000 su strada a Catania. Prezzi accessibili per il viaggio, un pernottamento dignitoso e quel sano spirito di piccola avventura che ogni tanto fa bene all'anima. Unico neo: scopro solo dopo aver prenotato tutto che la gara non vale come titolo europeo, nonostante figuri nel programma dei Campionati Europei Master. Pazienza. Almeno me la gioco fuori dal solito circuito regionale — e poi, diciamocelo, Catania in primavera non è esattamente una punizione.

Con me c'è il mio compagno di allenamento Diego. Insieme affrontiamo questa nuova avventura, convinti che il confronto con atleti italiani ed europei valga già da solo il viaggio.

La location: vento, vulcano e aerei a bassa quota

Il ritrovo è fissato alla Plaia, il lungomare di Catania. Dal nostro albergo in centro storico sono circa 5 km, ma per l'occasione i mezzi pubblici sono gratuiti: piccolo lusso che apprezziamo molto. Prima di noi parte la mezza maratona alle 8:30 — tempo di tifare per i nostri isolani Roberta, Pietro e Stefano, e poi tocca a noi.

La giornata è perfetta: 20 gradi, leggera brezza da sud-est, sole splendente. Sullo sfondo si erge maestoso l'Etna, ancora innevato in cima, a fare da quinta scenografica naturale. La spiaggia è a cento metri, con quel contrasto netto tra la sabbia dorata e il verde scuro del mare. Cartolina.

L'unica stranezza — piacevolmente bizzarra — è vedere gli aerei decollare e atterrare a poche centinaia di metri da noi. La pista dell'aeroporto inizia praticamente accanto al percorso di gara, perpendicolare ad esso. Dettaglio che, come vedremo, avrà un ruolo non secondario nella storia.

La partenza: terzo, quarto... cilecca!

Alle 11:30 siamo dietro la linea di partenza, settanta atleti pronti a scattare. I più furbi si riparano all'ombra del gonfiabile — il sole ha smesso di fare il timido — e io sono tra questi. Fin qui, tutto normale.

Poi accade qualcosa che non mi era mai capitato nelle precedenti 398 gare ufficiali.

Il giudice di gara, pistola alla mano, declama solenne in inglese: «On your marks, set...» — e preme il grilletto. Silenzio. Nessuno sparo. La pistola ha fatto cilecca. Settanta atleti rimangono immobili come statue, con un misto di incredulità e sorriso trattenuto. Il giudice non si perde d'animo e ci riprova con la seconda cartuccia. Stesso cerimoniale, stessa frase, stessa pressione sul grilletto. Stesso silenzio imbarazzante.

A quel punto il vocio degli atleti si fa rumoroso. Il giudice — spazientito quanto impacciato — apre la pistola e le cartucce saltano fuori, atterrando ai nostri piedi. Una si ferma proprio accanto alla mia scarpa: la sospingo gentilmente nella sua direzione, come a dire «tenga, potrebbe esserle utile». Lui nemmeno sorride. Sostituite le cartucce, terzo tentativo. Ancora niente. A questo punto un secondo giudice interviene con una pistola di riserva e — finalmente — la gara ha inizio. Solo con un isterismo di fondo che nessun riscaldamento avrebbe potuto replicare.

In gara: fra scirocco, simbiosi e polvere da motore

Il circuito è un unico giro da 5,04 km. Si parte sul lungomare diviso da birilli in un corridoio di circa 3 metri, si percorrono 2 km, inversione a U, si ritorna sfiorando il punto di partenza, altri 500 metri in direzione opposta, seconda inversione e arrivo. Semplice, lineare, senza sorprese. In teoria.

La mia partenza è sostenuta. Al primo chilometro il Garmin segna un bel 3'52" — le gambe girano, la testa anche. Siamo esattamente nel punto più vicino alla pista dell'aeroporto quando il rombo assordante di un aereo in decollo ci scuote come un tuono. Poi, dal nulla, una densa nuvola scura ci avvolge. Nel pieno dello sforzo, il mio cervello elabora prontamente l'ipotesi più logica: incidente aereo. Ovviamente era solo la polvere sollevata dai motori a piena spinta prima della partenza. Per oltre 200 metri abbiamo respirato allegramente quella nuvola. Una preparazione di partenza non dissimile dalla nostra partenza con la pistola scarica, mi verrebbe da dire. Fa parte della gara, dai.

Poco prima del giro di boa mi supera un atleta in canotta bianca con la scritta Italia — scoprirò poi essere un SM45. Nei pressi dell'inversione raggiungo il 2° km in 3'56" e mi allineo a un atleta austriaco, longilineo e leggiadro, dall'apparente età under 40. Nasce una simbiosi perfetta: stesso passo, stesse braccia, stesso ritmo. Per un attimo ho persino pensato di sorridere per vedere se anche lui faceva lo stesso. Per circa 1,5 km siamo uno specchio l'uno dell'altro — quasi commovente — 3° km in 4'01".

A 500 metri dal gonfiabile decido che è ora di fare sul serio. Ho dei tifosi da non deludere, e un certo orgoglio da difendere. Cambio ritmo: 4° km in 3'58". Non basta. Non sono venuto a Catania solo per fare il turista. L'ultimo chilometro lo spingo di brutto: ancora poco e raggiungo un altro atleta che sembrava imprendibile a metà gara — magari mi fossi svegliato prima. A 40 mt dall'arrivo il Garmin mi notifica il 5° km: 3'47". E i 40 metri finali? 3'19" di parziale. Non male per un signore di quasi 68 anni.

La speaker all'arrivo mi accoglie con grandi elogi per la mia provenienza da Cagliari — e qui va fatta una precisazione. Mentre tutti gli altri atleti indossavano la divisa della propria nazione, io e Diego abbiamo gareggiato con la canotta della Cagliari Atletica Leggera. Una scelta consapevole: la nostra gara era fuori dai titoli europei ufficiali, quindi abbiamo preferito rappresentare la nostra città. Il pubblico ha apprezzato: in tanti hanno gridato un bel «Forza Cagliari!» che scalda sempre il cuore.

Il risultato finale: 8° posto assoluto su 71 finisher, 1° di categoria M65 con il tempo di 19'41" (3'54" al km). L'austriaco con cui ho corso quasi in tandem? Scopro che era in realtà un'austriaca — Elisabeth Kaspar, W35 — che avevo scambiato per un ragazzo per il taglio cortissimo dei capelli e la mia scarsa lucidità in gara. Il suo tempo: 19'59", 18 secondi dopo di me. Quello dell'atleta in canotta bianca: 19 secondi dopo. Il primo assoluto è stato il francese Olivier Fitoussi con 16'07", 35 anni; secondo assoluto Diego Sanfilippo M45 con 16'43".

Le premiazioni: la giacca, il podio e l'inno

Le premiazioni si svolgono alle 18:00 al centro congressi «Le Ciminiere», vicino al centro storico. Dopo le cerimonie per la mezza maratona, è il turno delle nostre categorie. Primi tre atleti premiati, inno nazionale per il vincitore. Tutto molto solenne.

Scendo dalla gradinata per posizionarmi vicino al palco in anticipo — peccato che ci sia un piccolo dettaglio che avevo sottovalutato: tutti gli atleti salgono sul podio con la divisa della propria nazione. Io ho la canotta della Cagliari Atletica Leggera. Problema.

Vengono chiamati il terzo e il secondo classificato M65: nessuno si presenta — probabilmente già in viaggio per Ungheria e Austria. Poi, con voce stentorea e in inglese, viene annunciato il vincitore della categoria. Il mio nome. Davanti al palco diverse centinaia di persone, in attesa di applaudire il vincitore e sollevarsi al suono dell'inno nazionale.

Mi avvio verso la scaletta del palco quando due ragazzi mi fermano, sorridendo con quella gentilezza che non ammette repliche: devo salire con la divisa italiana. Traversare l'arena in cerca di una tuta azzurra da farmi prestare? Impossibile. Le premiazioni non possono aspettare.

Ed è qui che entra in scena il mio eroe: un anziano signore in divisa italiana, seduto con la moglie al fianco del palco ad assistere alle premiazioni. Mi fiondo da lui con voce decisa e supplichevole insieme: «Signore potrebbe prestarmi la sua giacca, per favore, solo cinque minuti». Lui esita. La moglie gli sussurra qualcosa. Solo ora capisco il motivo della riluttanza: sotto la tuta dell'Italia era completamente nudo. Ma ormai il dado era tratto: in pochi secondi prendo la giacca, mi vesto, e lascio il povero e generoso signore seduto in prima fila — a petto nudo, di fronte al pubblico — a guardare la sua tuta sfilare sul podio indosso a uno sconosciuto.

Salgo sul gradino più alto. La presidente dell'organizzazione europea EMACNS — corporatura nordica, stretta di mano molto decisa — mi mette al collo una bella medaglia da mezzo chilo con sopra scritto il numero 1. Fortissimi applausi. Poi l'inno nazionale.

Cosa fare? Cantare come fanno i calciatori? Non ero preparato nemmeno al testo. Mano sul petto? Inflazionato. Non faccio in tempo nemmeno a decidere che l'inno è già finito. Meglio così.

Una decina di fotografi — tra amici e ufficiali — si contendono l'inquadratura. Poi scendo dal piedistallo e torno a essere quello che sono: un semplice atleta master SM65, con una medaglia al collo e un'altra storia da raccontare.

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