lunedì 16 gennaio 2017

I tredici passi. Tratto dal sito "RunLovers".

Questa storia di rinascita è così densa di avvenimenti, emozioni e riflessioni che non so neanche da dove incominciare a raccontarla. E allora penso che la inizierò esattamente dal principio, con l’aiuto di chi l’ha vissuta come protagonista.

Quel giorno che ti cambia la vita

Il 25 aprile 2011 è una data che segna un momento indelebile nella vita di Massimo Grassi, una persona normale con una vita normale: lavoro, compagna, figlio di 7 anni, casa nella bella Bologna. Ma quel giorno purtroppo non c’è proprio nulla di normale per Max, la luce si spegne all’improvviso, per riaccendersi miracolosamente qualche settimana dopo. E’ fioca però: si ritrova in un letto d’ospedale, con metà corpo immobilizzato e praticamente incapace di parlare. Una emorragia celebrale gli ha causato danni che non lasciano spazio a speranze, il suo orizzonte è quella stanza d’ospedale, e tanta grazia che sia in grado di comprendere ciò che gli accade intorno. Una diagnosi terribile che spezzerebbe la voglia di vivere di chiunque.

La fortuna nella sfortuna

A quel punto nessuno dei medici osa ipotizzare che possa tornare a camminare e neppure a essere indipendente. Nessuno tranne una fisioterapista che nel risveglio a intelletto sostanzialmente “intatto” di Max vede il potenziale per un altro miracolo. Si proprio un miracolo se volete ma io preferisco considerarlo il capolavoro di un giovane praticante di neurochirurgia arrivato di corsa da Parma per operarlo visto che in quel giorno festivo di chirurghi senior in giro per l’ospedale non ce n’è neanche l’ombra. Guarda un po’ il destino.

Imparare a camminare, un’altra volta

La squadra formata da Max e Patrizia si butta a capofitto in una sfida impossibile, è un salto nel buio in cui l’unica certezza è “la volontà che mi ha permesso di spostare l’asticella sempre più in alto” – ricorda Max – “Non potevo sprecare la fortuna di avere una seconda
possibilità”. E’ proprio in questa fase, la più difficile, che durante i faticosi spostamenti in giro per i corridoi della struttura riabilitativa di Ferrara Max vede un manifesto che diventa la sua ispirazione: una ragazza, colpita dalla sua stessa malattia, è riuscita a completare la maratona di New York. Il desiderio di raggiungere un obiettivo così grande diventa una motivazione formidabile che lo spinge a superare le difficoltà della riabilitazione, a gioire dei miglioramenti e affrontare con coraggio i momenti di stop. “Ancora adesso ho lo stesso approccio”, ci tiene a precisare “quando devo interrompere gli allenamenti perché ho esagerato mi incavolo. Invece per un atleta è importante comprendere che anche il riposo è allenamento, nei tempi opportuni”.

3000 ore = 13 passi

Servono 3000 ore di fisioterapia motoria e un percorso in progressione (prima il LoKomat, la macchina per camminare, seguita da girelli e poi bastoni di varia foggia) per arrivare, dopo sei mesi, al momento più importante: 13 passi mossi in completa autonomia, per quanto insicuri e ancora condizionati dalla scarsissima mobilità di tutta la parte sinistra, in particolare del braccio che non gli permette di mantenere la postura ideale. Poco, pochissimo, in rapporto agli standard di “normalità” (che poi chissà cos’è mai questa normalità, mi viene da dire), tantissimo per chi è stato a un passo dal non avere più niente, anzi dal non essere più niente. “Diamo per scontate azioni normali come lavarsi, vestirsi o cucinare, solo quando ne siamo privati capiamo quanto siano preziose anche le piccole cose”, prosegue Max “Riprendere a camminare, seppur con fatica, non è stato un punto di arrivo ma l’inizio di altre battaglie”. La prima è quella di imparare ad arrangiarsi da solo, vivere in modo indipendente perché lui ora ha i suoi ritmi e la vita della sua compagna deve andare avanti senza di lui. La seconda è prendersi cura degli altri attraverso un’associazione di volontariato “perché da subito ho avuto la certezza che il tempo in più che mi sarebbe stato concesso l’avrei dovuto dedicare a chi ne ha bisogno, l’unico modo di dare un senso alla mia esperienza, per trasformare un dramma in qualcosa di utile” e infine agguantare la medaglia della New York Marathon.

Un sogno sognato che diventerà realtà

“Quando ero in ospedale e stavo ancora sulla sedie a rotelle una notte ho sognato tagliare il traguardo a Central Park. E’ un ricordo così vivido che ce l’ho ancora ben presente in tutti i dettagli. Io so che il mio destino è correre anzi camminare velocemente – ride – fino alla finish line della maratona di New York, non ho dubbi e questa certezza mi sta dando la forza di affrontare i carichi pesantissimi della riabilitazione motoria, cognitiva e psicologica”. Non è un cammino semplice questo, sia in senso pratico che metaforico. L’andatura non è certo quella fluida di prima della malattia, l’irrobustimento dei muscoli derivante dall’allenamento deve essere bilanciato con tanto stretching e lavori sulla postura. Se correre una maratona è difficile normalmente Max è come se stesse affrontandone due o tre una in fila all’altra. Concettualmente però non c’è poi molta differenza tra i 13 passi fatti partendo da “non camminerai mai più” ai 100.000 che dicono siano necessari per completare 42 km e rotti, anzi forse il più difficile è ormai fortunatamente alle spalle.

I primi 5k

Sono in tanti a non credere che Max non ce la possa fare, anche quando dopo 2 anni si cimenta nella sua prima gara sulla distanza di 5 chilometri, alla StraBologna 2013 che invece chiude senza problemi in poco più di un’ora. Ancora una volta però rovescia il senso comune grazie alla sua ferrea determinazione e fiducia nelle proprie capacità. La strada per New York è ancora lunghissima e passa per impegnativi allenamenti sulla pista di atletica di Correggio ma anche la necessità del supporto psicologico “perché ho l’impressione che la testa conti molto più del fisico. Sto guardando le paralimpiadi di Sochi, e mi chiedo quei ragazzi dove trovino la forza di volontà per rialzarsi sempre ogni volta che cadono”. La stessa domanda che vorrei rivolgere a lui guardandolo mentre varca la soglia di casa sua e iniziare a salire le scale.

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